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Christian
Sinicco (CS): Una domanda impegnativa dunque: qual è la
situazione della poesia in Italia oggi?
Franco
Loi (FL): La
poesia non è in alcuna situazione. E’ l’espressione
dell’uomo nella sua interezza che non muta nei secoli perché
eterna. Si afferma che la poesia ha già detto tutto ma è una
sciocchezza: questo è vero dal punto di vista del contenuto,
ma ogni volta cambiano le generazioni e ogni volta bisogna
dare forma nuova poiché occorre che gli uomini prendano più
coscienza di sé e la poesia è un mezzo profondo di
consapevolezza. C’è semmai una situazione sociale più o
meno corrispondete alla situazione della poesia, carente in
Italia poiché l’editoria non fa il suo dovere, i
distributori non vogliono distribuire e la poesia non arriva
al grosso pubblico. Questo non cambia le sorti della poesia
perché lei se ne va per i fatti suoi. Marco Forti ha detto
che un libro di poesia magari subito non vende però nel tempo
vende più di un romanzo. Io scrivo in milanese e sono tra
quelli che nel giro di pochi mesi ha venduto più di 6000
copie, però l’editore non ha ristampato.
CS:
C’è una forte motivazione che soggiace al tuo successo
secondo me ed è la vicinanza dell’espressione dialettale
alla gente. Una poesia più vicina…
FL:
Può
darsi, però c’è l’ostacolo della lingua, anche se
pubblico col testo a fronte in italiano. Essendo l’italiano
la lingua più in uso, in linea teorica dovrebbe essere
difficile leggere poesie in milanese, ma è strano a comprova
che la poesia è un mezzo di comunicazione diverso. Ad esempio
ho ricevuto quasi tutti i premi nel meridione, stranissimo
pure questo, e c’era la gente che mi chiedeva di leggergli
quella poesia e vuol dire che l’avevano letta. Allora esiste
un pubblico particolare per la poesia, anche se l’editoria
è un ostacolo enorme. Con internet certo la situazione è già
mutata.
La
poesia però è una comunicazione aldilà della coscienza. Noi
crediamo che ciò che abbiamo nella testa sia la realtà, ma
la realtà è molto più vasta. Ad esempio non conosco il mio
corpo e quando mi ammalo vado dal medico che dice più o meno
delle cose ma noi non sappiamo perché siamo ammalati. Così
non sappiamo nulla dei nostri pensieri inconsci, della
emozioni che probabilmente ci dominano, e allora la poesia è
fatta di tutto questo, di ciò che è noto ed ignoto. Chi la
legge sente una musica che muove dentro ciò che l’uomo non
sa e questo colpisce molto.
CS:
Montale diceva che la poesia sopravvive oltre il messaggio:
non è puro concetto, ma emozione ed immagine nel luogo
dell’anima. Riguardo al Premio Montale qual è dunque la
poesia che la giuria seleziona come vincitrice?
FL:
Ognuno ha il suo modo di giudicare dall’interno del
proprio fare poesia: io sento qualche verso e giudico la
capacità più o meno naturale dello scritto di farmi sentire
la voce e questa mi muove dentro e io la scelgo, la metto da
parte e fra quelle che ho scelto opero una selezione.
Individuo alla fine quello che ha più capacità di
esprimersi, guardando anche l’età: se uno ad esempio ha
vent’anni e ha una poesia bella lo preferisco al quarantenne
che ha dieci poesie passabili perché spero che in un giovane
ci sia sviluppo ulteriore e un’esperienza che lo porti più
avanti. Alla fine c’è il confronto con gli altri membri
della giuria, vengono discusse le ragioni della scelta e in
generale in tre o quattro siamo sempre d’accordo sul poeta.
CS:
E’ successa una cosa toccante in internet, una poesia di
Gabriel Garcia Marquez divulgata da lui medesimo perché sta
per scomparire. Non è certo un momento positivo, ma la poesia
è di una carica vitale incredibile e ha fatto il giro del
mondo via e-mail. Internet può veicolare e aiutare la
diffusione della poesia?
FL:
E’ vero, c’è gente che mi conosce attraverso
internet, che salta tutto l’apparato editoriale distributivo
e arriva dove è impensabile arrivare. Questo è importante,
ma è molto più importante che venga documentata la voce del
poeta che legge i suoi scritti. Ungaretti se gli togli la voce
è un’altra cosa poiché ha un impatto grande, emozionale,
visivo.
CS:
So che ha fatto le riprese con la Rai. Perché non leggi una
poesia tua?
FL:
Volentieri,
quella che mi ricordo…
Da
Bach, Loi legge una poesia (con il libro in mano)
Û specenâ la mort, sunt indurment.
E den’ di mè penser sun presuné,
che vègnen a imbrujàm sü la realtâ,
fan serv el corp e lü ’l salta a l’indré,
e quèl che vör el fa, cume ’l vör lü,
sun pü padrun de mì, sun serv del vent.
Inscì la mort la passa e mì la senti.
Me piasarìss tucàla e pö andà via,
cume se fa cuj dònn, tranquilament.
(Spettinata la
morte, mi sono addormentato.
Prigioniero dentro ai miei pensieri che vengono
a ingannarmi su cosa sia la realtà,
che fanno servo il corpo e lui salta all’indietro
e quello che vuole fa, come vuole lui,
non sono più padrone di me, ma servo del vento.
Così passa la
morte e io la sento.
Mi piacerebbe toccarla e poi andar via,
come si fa con le donne, tranquillamente.)
(trad. di C.
Sinicco)
Qui
è interessante che la mente fa servo il corpo, e per noi
occidentali la mente vuole tutto ed è diventata onnivora.
Infatti guardando un paesaggio diciamo è un Tintoretto, un
Fattori. La cultura s’impadronisce del nostro modo di
vedere. Ma nella poesia il corpo salta all’indietro
liberandosi dal dominio della mente come tutto ciò che è
inconscio. L’interiorità si esprime aldilà della dittatura
della mente per questo dico che la realtà è molto più vasta
quando il corpo fa un salto all’indietro.
CS:
La poesia è dunque molto più da leggere e da sentire
piuttosto che da interpretare?
FL:
Certamente,
si deve sentire cosa dentro di noi muove e cosa elabora,
correlandosi ai nostri vissuti, alle esperienze con gli altri
uomini e con il sé. I greci dicevano che la poesia è un
fare, un agire, una sequenza di parole che hanno musica e
portano non solo ciò che è nella nostra coscienza ma
soprattutto ciò che è nascosto in noi. Quando si ascolta un
rock il corpo si muove indipendentemente dalla nostra volontà.
Con la poesia si muove la nostra intelligenza inconscia e
tutto il nostro essere e questo agisce su di noi. Perché ogni
persona ha la potenzialità di un poeta ed essere poeta
significa che l’io diventa secondario rispetto al sé
stesso. Come dice Freud, l’io è un incidente, perché ad un
certo momento quando siamo bambini ci piace un’immagine di
noi e la facciamo diventare l’io, ma il nostro essere è
molto più vasto, è infinito, è grande.
CS:
La poesia come mezzo per giungere a noi stessi, la nostra vita
che è molto di più di ciò che noi siamo portati a
credere…
FL:
Di ciò
che noi pensiamo di essere. Il poeta è quello che annota, al
contrario della maggioranza degli uomini che perdono ciò che
gli passa dentro e non lo fanno salire alla coscienza, annota
rispetto al modo che la poesia gli detta e si esprime
attraverso i segni. La prima cosa per il poeta è il silenzio
in attesa che si manifesti la voce e il poeta prende nota
seguendo i suoni.
Carlo
Porta nei suoi manoscritti lascia degli spazi bianchi e poi la
parola che manca è scritta a fianco poiché nel momento in
cui si interrompe il flusso musicale lui lasciava in sospeso e
poi integrava con il suono adeguato.
Il
fare della poesia è un fare che viene da lontano, un ritmo
che proviene dall’universo. Come la natura, le stagioni, il
respiro, il poeta ascolta il ritmo e lo segue. Così quando
siamo innamorati siamo in una sequenza ritmica che investe
tutto l’universo e cambiano le distanze, siamo più vicini
al mondo e agli uomini. La poesia è un modo antico ed eterno
di essere immersi nel mondo, nelle energie che fanno la vita.
Dunque essere definito poeta o meno ha una relativa
importanza, poiché qualsiasi lavoro svolto poeticamente
modifica e cambia l’uomo, come modifica e cambia chi lo
osserva.
Questo
vale per tutte le arti, per tutto ciò che si immette nel
movimento ritmico di creazione del mondo.
CS:
Ci sono poeti che si sono avvicinati alle altre discipline
artistiche. Tu hai scritto "Teater" una raccolta che
io leggendo ho trovato simile a Shakespeare. Anche se…
FL:
No,
si può dire. Tra me e Shakespeare non c’è differenza, lo
dico come dato oggettivo e senza superbia. L’unica cosa di
diverso è il tempo. Quando lui faceva teatro la gente andava
lì con i bambini e intervenivano durante gli spettacoli
"guarda, lo sta ammazzando, perché?", e mangiavano.
Il teatro borghese è quello dove la gente sta lì, guarda,
gli piace l’attrice o no, parla dei costumi, se ne frega in
realtà. Non c’è più teatro.
CS:
Una volta era la regina d’Inghilterra a mescolarsi fra la
gente.
FL:
Sì,
è il tempo che cambia e adesso l’individuo ha meno forza.
Io ho fatto teatro: nel 1939 avevo otto anni e si fece una
riduzione dei tre moschettieri di Dumas in un cortile, molto
buffamente, con la gente che guardava dai palazzi. Poi nel
1963 il Piccolo Teatro mi commissionò uno spettacolo di
satira politica per l’estate. Invece del solito spettacolo
andreottiano ho proposto: "perché noi che siamo
socialisti o comunisti dobbiamo sempre sfottere il nostro
avversario, cominciamo a sfotterci noi facciamo un bel cabaret
di critica al nostro partito!" Allora era Puecher, il
regista, che accettò e per otto mesi provammo e il 6 giugno
1964 dovevamo fare la prima prova tecnica. Il testo finì
intanto nelle mani del del direttore del teatro di allora che
intimò al regista che se fosse andato in scena lui non
avrebbe più lavorato in alcun teatro italiano. Dunque non andò
mai in scena. Era una satira interessante: un operaio di una
fabbrica era dovuto entrare in un tubo per una fuga di gas e
un addetto al momento opportuno l’avrebbe dovuto tirare
fuori. Ma l’addetto era distratto da altri lavori che nel
frattempo gli avevano dato e l’operaio muore per le
esalazioni. Allora un altro operaio, un mio amico perché il
fatto è accaduto veramente, fa sciopero da solo poiché il
fatto non interessa al sindacato, essendo un fatto non
economico. Questo spettacolo metteva in crisi la funzione del
partito comunista e dei sindacati. Poi avvenivano anche fatti
esterni come il 20° congresso del partito comunista sovietico
con il discorso di Crushev contro lo stalinismo, poi c’era
Kennedy, la nuova frontiera, Papa Giovanni… Questo non fu
tollerato per niente essendo una satira feroce contro la
sinistra in Italia. Poi ho collaborato per tre anni con Dario
Fo e fui io a consigliargli di leggere i libri del ‘300 e
‘400 da cui ha tratto "Mistero buffo". Poi stavo
facendo una satira con Dario e anche lì fui censurato.
CS:
Non c’è fortuna con la satira mi par di capire?
FL:
No,
non c’è. Perché non c’è libertà di teatro in Italia e
quando questo non c’è il teatro non esiste. Brecht diceva
che il teatro deve essere un pugno nello stomaco, un fatto
gastronomico. Deve interessare un dialogo immediato con la
società. Dai greci a Shakespeare si metteva in scena la vita
le battaglie, gli dei, per farne motivo di discussione
pubblica. E' sempre stato questo il teatro… Gli omicidi, i
delitti, e nell’Enrico V la guerra era terribile,
drammatica. Poi nasce il teatro borghese, d’intrattenimento,
un museo, e il teatro non esiste più. "Teater" è
fatto per monologhi, un po’ per scuotere questo Jacopo
Hortis degli italiani che non finisce mai, gli italiani che in
osteria di fronte a un piccolo pubblico parlano delle loro
esperienze. Così Jacopo parla d’amore mentre Werther si
uccide veramente. La passione politica degli italiani che
parlano senza mai essere coinvolti fisicamente. L’italiano
non ha l’obbedienza del tedesco verso lo stato, nello stato
non ci crede. Si sente di più investito delle sorti del paese
e discute in modo anarchico e spesso retorico all’interno di
un teatro in cui lui è protagonista. Io ho voluto fare il
ritratto all’italiano medio che sfida per amore un rivale e
poi si accorge che è il suo migliore amico. Un po’ come
D’Alema quando si accorge che Berlusconi non è poi così…
CS:
Così male (risata). Ultima domanda Franco, gli
strumenti di un poeta oggi per emergere?
FL:
Penso
che non dovrebbe far niente. Io ho pubblicato perché nel 1970
un mio amico pittore andò in barca con Vittorio Sereni,
direttore letterario della Mondadori, per cui io lavoravo
all’ufficio stampa. Sereni m’ha fatto chiamare perché dal
mio amico aveva saputo che scrivevo poesie, e non capiva perché
in dieci anni che lavoravo lì non gliel’avevo detto.
Risposi che pensavo che lui fosse una persona generosa ed
onesta e per via di questa generosità, lui era generosissimo,
m’avrebbe pubblicato anche se le poesie non gli piacevano.
Poi le avrebbe fatte leggere ai collaboratori, gli dissi, che
io non stimavo per niente. Ma allora lei non mi vuole fare
leggere le sue poesie, mi disse. Mica sono stupido gli
risposi. E gliele portai e il lunedì successivo mi corse
incontro in ufficio e mi abbraccio e si mise a piangere e io
piansi con lui. Poi m’ha fatto pubblicare prima sullo
specchio e poi con Edizioni 32, anche se non me l’ha mai
detto. Io non ho mai chiesto di essere pubblicato. Se la
poesia vale sarà pubblicata. La poesia non deve avere come
scopo di farsi le tirature.
CS:
La poesia si libra nell’aria e va dove vuole…
FL:
La
poesia va dove vuole, verso chi ama la poesia perché è
poeta. E’ qualcosa di più di un successo sociale o una
vendita di libri, è qualcosa che unisce le persone e muta il
percorso della vita. Ad esempio io non ho mai conosciuto
Giacomo Noventa, grandissimo poeta e filosofo e saggista del
‘900. Appena entrato in Mondadori nel luglio del 1960 una
notte feci un sogno. Un uomo che vendeva caldarroste alla
stazione di Lambrate mi viene incontro e mi dice "vai
sempre sulla strada diritta". Ma io non so cos’è la
strada diritta gli dico e lui mi fa che non mi devo
preoccupare che lui è Giacomo Noventa e mi aiuterà. Poi
mentre lo fisso in volto il sogno finisce e io mi sveglio. Il
giorno seguente sono in Mondadori e incrocio sulle scale un
mio amico Carlo Della Corte, morto di recente, e gli dico una
stupidaggine: c’è chi sale e c’è chi scende. Lui mi fa
di lasciar perdere in tono brusco e se ne va. Poi verso le
dieci e trenta del mattino viene a trovarmi in ufficio e si
scusa e mi fa che è un po’ giù perché gli è morto un
caro amico e maestro soprattutto Giacomo Noventa e io gli
chiedo "Giacomo Noventa? Un uomo con sopracciglia folte,
labbra femminili e occhi incavati" e lui mi chiede se lo
conoscevo perché gliel’ho descritto com’era sul letto di
morte. L’avevo sognato la notte gli dissi.
Vedi,
Shakespeare dice che ci sono più cose fra la terra e il cielo
di quante l’umana filosofia possa comprendere e Einstein a
proposito della fisica afferma che non si arriva alle leggi
universali per via logica ma per intuizione e questa arriva
quando noi abbiamo una comprensione simpatetica con la realtà:
è qualcosa che si fa e noi ascoltando per amore riceviamo.
Persino la grande scienza come la poesia percorre il mondo e
ci attraversa e noi la dobbiamo ascoltare perché favorisce la
crescita della nostra consapevolezza e ci avvicina così a
Dio, alle forze che generano il mondo. Oggi la scienza ha
capito che c’è un qualcosa di intelligente che dà vita ai
quanti di energia e come dice Jung l’inconscio è più
intelligente di ciò che noi presupponiamo.
La
poesia è un tramite per avvicinarci a questa intelligenza.
Per gentile concessione
di Fucine Mute Webmagazine
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