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PAOLA    

DE  BENEDICTIS

INDICE

nota bio-bibliografica

FAZZOLETTO

10

PADRE

LINGUITI

TENTATIVO

LE PAROLE DISSIMULANO

AROMA DEL CESSO

EUR

23

UOVA MARCE

I MISERABILI

PARTENZA

A VINCENZO

VERSI AL CHIUSO

SENZA TITOLO

 

Nota bio-bibliografica

 

E’ nata a Trani nel 1978, ma vive a Roma e lavora in Rai.

Ama, non riamata il Jack di cuori che ha 49 anni.
Conosce a memoria Indagine su un cittadino al disopra di ogni sospetto.

Non ha il comodino, ma Bukowski accanto al letto.
A qualunque ora è sempre fatta di cinema e scrittura.

Ha pubblicato in La gabbia dell’orgoglio (Aracne), Paure gemelle (Aracne), Navigando nelle Parole vol.10 (Il Filo), Specchio de La Stampa, n. 193; Antologia Zapping di Radio Rai1, Fotoscritture (Ed. Lietocolle, 2005),  IOscrivo-poesia (Perrone Editore, 2005).

Nel 2003 ha vinto il concorso “Voci Nuove” organizzato dalla casa editrice Il Filo e nel 2005 il concorso IOscrivo-poesia  indetto dalla Giulio Perrone Editore.

Al suo attivo anche sceneggiature ed installazione artistiche.
Attualmente sta preparando un romanzo breve.

 

Di sé dice che sottovaluta sempre le conseguenze delle cose.

 

Le quindici poesie presentate in queste pagine sono una selezione di "Voglio morire con la pancia vuota".

 

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FAZZOLETTO

 

Ti mando i saluti del mio ultimo pranzo.

Sono portati nel fazzoletto degli avanzi

che spiego e stendo quando mi schifo.

 

Volevo condividere i miei quattro scarti,

questi resti di cibo che s’incollano al vuoto.

 

 

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10

 

primo movimento

Il fantasma di Kafka pesa sui miei polmoni.

Mi costringe a scriverti queste poche ossa

allineando le articolazioni sui tralicci dei ginocchi.

 

Il mio peso di latta

scava a mani nude nella polpa dei tuoi riflessi.

 

Così ti vedo nella terra.

Nel passo dell’acqua.

Nel cortile del pozzo.

Dove lentamente la notte palombara affonda,

mentre il giorno fa l’agopuntura all’orizzonte

 

II.

Avevo già iniziato a sgranare i miei palmi.

I coralli nel rosso.

Un’altra madonna cui incollare il mio schifo.

Appena un respiro

e tu eri la carne della terra.

Il pianto ferroso dell’oceano.

 

Ma poi, dietro la carezza,

le vele a pugnale.

Sulla maglia che mi porto incollata alle ossa.

 

Piango.

Non ho lacrime.

Piango.

Già smetto.

Dammi un'altra ora, cristo, un’altra.

Non sono una donna, non ho sangue.

 

Illusione col sapore di biscotto,

al burro.

Troppi in gola-intestino.

 

Così, nauseata, affondo la ciurma

e mi lascio alla deriva.

 

III.

Non si ricuce nella carne dei miei occhi

il buco nero del tuo strappo.

 

Ti do il mio cuore in cambio del tuo fegato.

In fiore.

 

secondo movimento (o dell’accettazione)

Strappo via le tue dita e le parole di cuoio  

che già masticavo nei pomeriggi impiccati.

Erano madonna, io l’altare.

 

Ho assorbito il tuo fiume infetto,

ma l’età è un castigo. L’inguine il delitto.

 

terzo movimento (o del rovesciamento)

Non tornare tra le righe di questa maglia che indosso.

 

Il nostro tempo sul mare, ricordi?

Era il mio compleanno:

avrei perso l’orologio che mi regalavi.

 

Lo sapevi.

 

 

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padre

 

Edifici cancerogeni dietro ciglia bibliche

fanno lacrime nere come piccole bare.

Padre,

monarca di secche mestruazioni e mattonelle verdi

ho dipendenza dal tuo cuore di spigoli.

 

 

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linguiti

 

Occhi come monasteri

stellati

all’idrogeno.

Quando mi guardi la carta da parati si scuote.

 

 

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TENTATIVO

 

Nel cielo del mio dorso s’infigge un riflesso,

il ricordo di una scogliera mai vista.
Sfregata da spume di sillabe storte- Le mie.
Toccata da mani che non so ricordare.
Una scogliera dove mi lancio come sasso- La tua.
E come gabbiano rivaleggio controvento.

 

 

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LE PAROLE DISSIMULANO

 

Il mio instabile nocciolo, la mia testa d'uovo:

i luogotenenti di una crociata emotiva.

Qualcuno cerca l'entrata come astronauta

e manda serpenti nella mia orbita.

 

Tu hai visto l'ombra della guardia ritrarsi,

ma ora dimentica, è da dimenticare. 

 

 

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Aroma del cesso

 

Aroma del cesso.

Giallo stantio.

Ancora conservo quel bacio turchese.

 

Ricalchi i miei errori con la precisione dell’orlo di un pianto,

con pause di lino.

 

Aroma del cesso.

Eco d’addio.

Questo rimane del mio sesso acerbo.

 

 

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EUR

 

Chi mi parlerà dei venti di settembre?

 

Ho solo pomeriggi arancio

e sandali olandesi,

 

pensieri stropicciati,

parole già in ginocchio.

 

L’autunno volta pagina.

Tu prendi a calci il mio universo.

Poco importa, me lo ricaccio in tasca.

 

Fuori della scuola.

Fuori della scuola.

Ricordo che soffrire era più che piacevole.

Ouverture.

Ossologia.

Crisantemi fra le labbra

e tombe sulle suole.

 

Pallida, scucita

volerò con Margherita.

 

 

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23

 

Mi è ancora estraneo

non parlare di cibo.

Certo,

ci sono i fiori

cieli

occhi d'uomini.

Ma la fatica

appartiene alla carne.

 

Io qui

ho creato un vortice con l’indice.

Piantato un chiodo nel mio istante peggiore.

Nutrito i vermi che mi fanno mangiare.

Ma quando incontro con le dita la pelle di Marco

per me impazzisce l’anatomia.

 

“Di notte fai ancora capolino nel mio ventre.

Una rossa ciliegia tra le tempie.

L’orco del bosco incantato”.

 

                  Intervallo

 

Com’è caldo rinascere, terra.

Leccando l’alba.

Leccando l’alba.

Fiori al pube

e uccelli di carezze.

 

Inzuppata di seta.

Curva nella brezza.

                           (al mare)

Ma si fa tardi.

Le ore sono un volgare insulto

maestoso come Lev Tolstoj.

-Ci siete tutti?

Il film sta per cominciare.

Io, sacerdote di ciò che non fu festa

con chi mi presenterò?

-Unghie laccate

unico indizio

di un sorriso ch’è ormai chiuso

piegato

dimenticato

(guardare il cibo nel W.C.

guardarsi nel W.C.).

 

Capitano,

Questa mia vita

questa nave ossuta

nata, non è nata

fiorita, s’è sbiadita.

 

Tu fosti la torre

da cui se n’è saltata.

 

 

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UOVA MARCE

 

Uova marce stamattina

mi fanno da contro cuscino.

A sassate di puntaspilli.

Cuocendo nel centro dello stomaco una medusa di metastasi.

 

Un cane.

 

Pezzo di cane in gola.

Il nylon della colpa a valanga di muro.

Il cemento. Il mare a blocchi. Bidimensione del sangue.

A croste.

 

 

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i miserabili

 

Godot sta tremando

un Karamazoff da bufera.

 

Lui è l’incertezza.

Lama e piaga. Trama e ordito.

 

 

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Partenza

 

Aveva il tuo odore il vento in stazione.

La pioggia piana, i quotidiani sottobraccio.

Lo conservo ancora,

un semitono sopra

e ci finisco col sanguinare.

 

 

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A Vincenzo


I
Mio primo fiume
mia sete inappagata,
tutte le notti ti resisto e appartengo
come il feto della luna
al cielo ancora caldo.
Così, ti prego, non fermarti adesso,
rimettimi nel mondo.

II
Guarda, ancora,
che nulla rassomiglia 
al nostro curvo rito.
L’illecito calore, l 'evanescente, il sesso.
L’amore regalato
che porto di nascosto
sotto la maglia stretta dal buco del perdono.
Amore,
irrobustito dall’errore
in corsa coraggiosa a fior di suolo
sviata, un poco, eppure scintillante.
Mi slaccio via i blue jeans nella bufera.
Che siano vela, rotta e porto certo.

III
E dammi tutto intero
quel bacio che vacilli.
Ci abita da sempre la mia voce
di amante silenziosa e capovolta.
Non stare a domandarti la ragione
che in me, sei te che trovi
e dappertutto lasci.

 

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VERSI AL CHIUSO

 

Saremmo stati come i temporali d'agosto

o tutti i semi, da un abbraccio ben disposti

a sconnettersi e mischiarsi

nell'amato mantello del cortile.

L'edera del tempo,

la tenue margherita

sul fianco del geranio.

Mia prima irrigazione,

mia sete che fa sete

tutte le notti m’affogo alla tua fonte

Tutte le notti mi sgravi nel mondo.

 

 

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SENZA TITOLO

 

Nel cieco delle tasche

ti vedo tutti i giorni.

E prima non ti vedevo.

Pure nel viluppo dei respiri

quelli col fiato corto,

quelli che pigio ad ordinare.

 

L'ho piallata per 25 anni

ma la mia erre resta amara.

E ciò che mi appare non mi appartiene.

 

 

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